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Qui, però,
vale la pena di aprire una nuova parentesi, ci perdonino i nostri lettori, se
non altro per motivare quanto si va dicendo, poiché sono poco convincenti le
ragioni addotte da alcuni studiosi, secondo cui decisivo sarebbe stata, nella
scelta di Alfano, la sua appartenenza a Casa Ricordi ed il successo ottenuto a
Bologna dalla sua opera
La leggenda di Sakùntala (1921), ambientata in un paese
asiatico. Requisiti, questi, attribuiti ad Alfano che poteva vantare
ampiamente anche Respighi, appartenendo lui pure alla “scuderia” di Casa
Ricordi, oltre ad aver conseguito un tale successo a Bologna, con un’opera
d’ambientazione orientale quale Semirâma
(1910), da scuotere persino le coscienze di critici quali Ildebrando Pizzetti
e Giannotto Bastianelli. Quando, dopo tre quarti di secolo, l’opera inaugura
la stagione lirica del Teatro Massimo di Palermo, in un’intervista a
Sara Patera del
Giornale di Sicilia
del 7 gennaio 1987, il direttore d’orchestra Massimo De Bernart giunge ad
ipotizzare che da
Semirâma «Puccini
prese spunto per la
sua Turandot»(14) come
recita il titolo dell’articolo. «La
musica dà l’impressione di rubacchiare qua è la»
afferma il direttore, «ma
se pensiamo che è del 1910, allora si deve parlare di anticipazioni […].
D’altronde quelli per Puccini erano anni di crisi e io ho formulato un’ipotesi
[…], che cioè Puccini abbia ascoltato quest’opera […]. Niente di strano quindi
che sia andato ad ascoltare Semirâma. In quest’opera è presente non poco la
Turandot».(15)
All’epoca dei fatti di Turandot,
però, Respighi era reduce dalla prèmiere
del Belfagor
alla Scala,
un’opera che Toscanini stesso avrebbe dovuto dirigere, ma, per «le peggiorate
condizioni della
vista»(16) del
Maestro, malattia diplomatica, la Direzione del Teatro fu costretta ad
affidare al Maestro Antonio Guarnieri. Spirava aria di fronda contro il
maestro veneziano e, non sappiamo come, l’opera di Respighi doveva essere il
mezzo per colpirlo. Ci si attendeva che, con la promessa che Toscanini
l’avrebbe diretta l’anno dopo, l’autore ritirasse l’opera, ma Respighi era
troppo onesto perché si prestasse ad un tiro mancino come questo. «Il
successo ebbe tutti i caratteri della
spontaneità»(17),
si legge in alcune recensioni, ma, con ogni probabilità, creò dei dissapori
che Respighi avrebbe pagato caro, e chissà che non abbia influito,
sull’esclusione del suo nome dalla rosa degli “aventi diritto” al
completamento di
Turandot.
Del tema dei «respighismi
prima di Respighi», di «certe magie atmosferiche notturne di Turandot,
forse protorespighiane nel preludere a Impressioni brasiliane»(18)ed
anche di qualche aspetto dell’uomo Respighi, «ossia
un collega che Puccini molto ammira»(19), si parla in un recente studio
di Alberto Cantù,
"Settimo Studio per Manon Lescaut",
al quale rimandiamo il lettore
desideroso di approfondire il rapporto artistico e umano tra i due musicisti.
Alla riscoperta di tanto Novecento “sepolto”
Tornando all’opera di Alfano,
se il Cyrano di
Bergerac sarà
ripreso al Teatro
alla Scala la
prossima stagione è per meriti intrinseci, a poco serve scomodare Puccini. Non
ce ne voglia, però, il sovrintendente Stéphane Lissner, perché la nuova
stagione è fatta di un bellissimo e ardito programma. Noi glie ne diamo atto e
lo invitiamo a proseguire sulla medesima strada, alla riscoperta di tanto
Novecento sepolto. «Cyrano potrà
forse far ricredere molti sul valore di questo grande
italiano»(20). Noi
vogliamo ricordare, però, che
Franco Alfano era in
buona compagnia con gli altri musicisti della Generazione dell’Ottanta,
Ottorino Respighi e Ildebrando Pizzetti, per limitarci al teatro.
L’opera di Alfano, che il Teatro alla Scala
si appresta a mettere in
scena, si avvale della presenza scenica di Placido Domingo nel ruolo
protagonista,
«un
musicista della voce che può caricare di valori assoluti una riscoperta come
questa»(21), sostiene
il sovrintendente del teatro meneghino. «Si
è trovato Cyrano ideale anche per far scoprire al pubblico della
Scala una regista americana di origini italiane, Francesca Zambello, molto
attiva e amata nei paesi anglosassoni, dal Met al Covent
Garden».(22)
Abbiamo usato poc’anzi alcuni
termini piuttosto forti, quali coraggio, ardimento, parole che erano state
suggerite ancora prima scorgendo fra i titoli in cartellone Wozzeck di Alban Berg e Il prigioniero di Luigi Dallapiccola,
rappresentati per la prima volta nel teatro milanese rispettivamente nel 1952
e nel 1962. Il primo ebbe interpreti d’eccezione quali Dimitri Mitropoulos, maestro
concertatore e direttore d’orchestra, ed il cantante attore Tito Gobbi nel
ruolo di protagonista, ma l’opera fu ripresa altre volte dopo il debutto
scaligero. Rappresentato per la prima volta al Teatro Comunale di Firenze nel 1950, Il prigioniero di Dallapiccola fu presentato a
Milano nel 1962, dove, salvo precisazioni, torna dopo quantacinque anni. Il
lavoro ebbe
«centinaia
di esecuzioni in paesi innumerevoli, bene accolto dappertutto»,
scrive Fedele d’Amico, «ma nessuno lo
direbbe un’opera popolare»(23).
Per questo, coraggiosa e meritevole è la scelta del teatro milanese di
includere nella sua stagione “un'opera figlia della prima guerra mondiale,
Wozzeck di Berg, e una figlia della seconda guerra mondiale, Il
prigioniero di Dallapiccola.
L’opera in un atto di
Dallapiccola, precederà, nella serata, Il Castello del duca
Barbablù di Béla
Bartók. Più consolidato il terreno sul quale agiscono gli autori del
palinsesto con l’inclusione di opere come quella di Bartók, appunto, e Il giocatore di Sergej Prokofiev, tanto che,
nel caso specifico, essi non abbisognano di attestati di benemerenza o di
coraggio, almeno sotto l’aspetto del discovered, vale a dire della
“riscoperta di tanto Novecento sepolto”.
Ad ogni modo
«l’accoppiamento
di questa riscoperta italiana con Il castello del duca Barbablù di Bartók»,
precisa nella sua relazione Stéphane Lissner alludendo a Il prigioniero
di Dallapiccola,
«è nato discutendo con
Daniel Harding e con il regista Peter Stein, che si è sentito subito stimolato
dall’idea di unire due titoli legati dal tema della segregazione e della
solitudine, ma forti, impegnativi e assolutamente autonomi».
Al punto che il regista Peter Stein ha scelto due diversi scenografi. Il
progetto è diventato poi più ambizioso, di concerto con gli artisti».
Insomma, «Il Prigioniero di
Dallapiccola e Il Castello del duca Barbablù sono per la prima volta
insieme sulla scena»(24). L’opera
di Béla Bartók fu eseguita per la prima volta a Milano nel 1954, sotto la
direzione di Carlo Maria Giulini; lo spettacolo che andrà ora in scena, sotto
la direzione di Daniel Harding, è un nuovo allestimento del Teatro alla
Scala.
Il nome di Béla Bartók chiama
in causa quello di un altro grande compositore presente nel cartellone della Scala,
Sergej Prokofiev, che, a torto o a ragione, all’inizio abbiamo affiancato al
musicista ungherese, quale esponente di una scuola nazionale. Composta negli
anni della prima guerra mondiale (il lavoro reca, infatti, il numero d’opus
24), l’opera che Prokofiev trasse dal romanzo di Fëdor Michajlovič
Dostoevskij, Il
giocatore, non andò
in scena nel 1917, com’era previsto, per il verificarsi degli eventi legati
alla Rivoluzione di febbraio. L’autore emigrò, prima negli Stati Uniti, quindi
in Europa, soggiornando nell’Alta Baviera e stabilendosi poi a Parigi. Nel
1927 fu in tournèe
in Italia e risale a quell’anno la revisione de Il giocatore,
che andava in scena per la prima volta a Bruxelles il 29 aprile 1929, mentre a
Parigi si rappresentava il balletto L’enfant prodigue.
Per sua stessa ammissione, Prokofiev fu «particolarmente attento alla
duttilità dell’azione scenica: constando il soggetto interamente di dialoghi.
È stata rispettata nel libretto la struttura del romanzo. E anche
l’orchestrazione fu tenuta trasparente in maniera da non far perdere una
parola, data la perfezione del testo di Dostoevskij».(25)
Non sappiamo se Il giocatore non sia mai approdato alla Scala,
di certo l’opera non compare nella Cronologia
di Giampiero Tintori, dalle origini al 1963. Il nuovo allestimento, in
coproduzione con la
Staatsoper Unter den Linden di Berlino, si avvale della
regia di Dmitri Tscherniakov e di un cast originale coperto nei ruoli
principali da Vladimir Ognovenko, Pristina Opalais, Misha Didyk, Stefania
Tocziska e Stephan Rügamer, sotto da direzione di Daniel Barenboim.
Il “1984” di
Lorin Maazel
opera contemporanea della Stagione
Si legge nella relazione di
Stéphane Lissner: «Il
nostro tempo, con le sue inquietudini, le incertezze dei giovani, sente forse
più vicine certe opere di crisi, rispetto all’eroismo, alle storie d’amore o
alla commedia. E proprio di alienazione moderna parla l’opera contemporanea
della Stagione: 1984
rappresenta
poeticamente il punto finale di questo cartellone, che potremmo anche definire
impegnato. Il soggetto di 1984,
omaggio al compositore e al direttore Lorin Maazel, regge l’aggettivo
“kafkiano”, ma grandi fratelli televisivi e quotidiane storie di spionaggi lo
rendono ancora più attuale. Non per caso lo spettacolo, visionario come il
romanzo di Orwell dal quale è tratto, è stato creato dal canadese Robert
Lepage, uno dei più originali e creativi uomini di spettacolo di oggi, che
alla Scala
debutta e alla Scala
tornerà».(26)
L’opera di Lorin Maazel fu
rappresentata per la prima volta il 3 maggio 2005 al Royal Opera House Covent
Garden di Londra
sotto la direzione dell’autore, al quale è stata affidata anche la nuova
produzione scaligera con un cast coperto nei ruoli principali da Ian Greenlaw,
Nancy Gustafson, Iride Martinez, Richard Margison, Michael Rice, Wayne Hobbs.
Stagione sinfonica
Ci siamo soffermati a lungo,
forse, sulla stagione teatrale segnalata da Milano Musica e certo più di quanto pensavamo
all’inizio. Ma c’è un altro aspetto che noi desideriamo mettere in luce della Stagione sinfonica
2007/2008, troppo
vasta per una disamina della musica strumentale in genere. Per questo abbiamo
pensato di scegliere un Ente, tra i più rappresentativi della città, e di
passare alla lente il programma della sua stagione.
È noto, anche il Teatro alla Scala ha una sua Orchestra Filarmonica(Clicca)
,
in questo momento in
tournèe negli Stati
Uniti per festeggiare i suoi 25 anni di vita e rappresentare degnamente
l’Italia nel mondo. La sua breve stagione sinfonica, che si alterna a quella
teatrale, presenta sempre concerti di prim’ordine anche se spesso di
tradizione, ma non è questo il punto. È l’intensa attività teatrale il suo
vero “tallone d’Achille”, com’è dimostrato dalla breve stagione sinfonica che
ad oggi ancora non è nota. Insomma, la Filarmonica della Scala
svolge un ruolo
importante, rappresentativo, ma non è un’orchestra sinfonica a tutti gli
effetti, perché non può dedicarsi unicamente al repertorio sinfonico e
strumentale.
Se esaminiamo attentamente la
situazione milanese d’oggi, l’unica orchestra sinfonica capace di sostenere
tale ruolo è l’Orchestra
Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi”(Clicca),
la
cui struttura,
Coro sinfonico incluso, permette di spaziare a trecentosessanta gradi nel repertorio
sinfonico, rompendo gli schemi della tradizione. L’Orchestra sorse circa
quindici anni fa sulle ceneri dell’Orchestra
Sinfonica di Milano della RAI, per opera di Vladimir Delmann. Oggi «è una
delle migliori compagini musicali italiane: un gruppo affiatato di giovani
musicisti
(Clicca), cresciuti sotto la guida di Riccardo Chailly»(29), provenienti
dall’Italia e dall’Europa e da altre parti del mondo; gruppo che ha ora
raggiunto “la piena maturità espressiva e artistica”, nonostante l’età media
sia di circa 30 anni.
Ma vediamo il programma
della stagione 2007/2008.
A parte i nomi degli artisti,
quasi tutti di prestigio, ciò che colpisce di più è la discreta presenza di
musica del Novecento e contemporanea, talvolta poco frequentata e spesso, a
torto, obliata. Accanto alla Sinfonia n.4
di Mahler, autore che ha esercitato sempre un certo fascino presso l’Auditorium
di Milano, per la manifestazione inaugurale è stato proposto il Concerto per corno e
orchestra di John
Williams.
Il secondo appuntamento è
interamente dedicato ad autori francesi: Saint-Saëns Sinfonia n.3 e Romanza op.36, Chabrier Larghetto
e Dukas Villanelle
(per corno e orchestra), Ravel Bolero.
Il terzo concerto è
interamente dedicato a Gershwin: Girl Crazy, ouverture; Rhapsody in blue;
Cuban Overture ed
una suite da Porgy
and Bess.
Dopo tre concerti apertamente novecenteschi, viene quasi spontaneo dire “finalmente Beethoven!”, di cui si esegue, siamo al quarto concerto, la Sinfonia n.2 accostata alla Dante-Symphonie di Liszt. Un rispettoso omaggio al Maestro di Bonn, di cui ricorre quest’anno il 180° anniversario della morte.
Inizia qui, infatti, un breve ciclo che prosegue anche nel quinto concerto, con la presenza del Concerto n.5 “Imperatore” seguito dalla Sinfonia n.7 di Bruckner, per poi intrecciarsi, dileguandosi, lungo l’intera stagione.
Poi, a sorpresa, nel sesto
concerto, un colossale Messiah (Haendel), che prevede una
macchina organizzativa non indifferente. Per un istante ci siamo chiesti
quale potesse essere la circostanza, o quali motivazioni possono aver
suggerito tale programma in questo periodo dell’anno, ma, poi, trovandoci di
fronte ad un’opera simile abbiamo sorvolato. L’Oratorio
sarà diretto da Sir Neville Marriner.
La sorpresa precedente è
durata poco, perché il settimo concerto è interamente dedicato al
Novecento ed alla musica contemporanea. Accanto al Concerto gregoriano per
violino e orchestra di Ottorino Respighi,
pagina rara, si esegue in “prima milanese” lo Studio da concerto per
violino, 24 fiati, timpani e percussione
di Giacomo Manzoni, quindi altre pagine del Novecento storico francese
quali Jeux
di Claude Debussy e La valse
di Maurice Ravel.
Una breve parentesi merita
il Concerto
gregoriano di
Respighi, che l’autore «poneva tra le sue opere migliori», ma del quale,
«durante tutta la vita, non gli fu dato ascoltare una perfetta esecuzione
né assistere ad una reale affermazione sia di pubblico che di critica».
Lavoro di rara esecuzione, si diceva, tuttavia noi abbiamo avuto la
fortuna di ascoltare il Concerto gregoriano
almeno tre volte in
sala da concerto, al Festival di Lucerna
ed alle Settimane Musicali
di Stresa, nel 1979,
ricorrendo il Centenario della nascita dell’autore, (concerti diretti
rispettivamente da Herbert Blomstedt e Yuri Ahronovich con Uto Ughi al
violino) ed una sola volta nella Sala Grande del
Conservatorio di
Milano: una delle ultime stagioni dell’Orchestra Sinfonica della RAI, sul
podio Bruno Aprea, solista Marco Rizzi. La quarta volta, in altre parole
l’ultima, abbiamo avuto modo di assistere ad un’esecuzione del Concerto gregoriano
nella Basilica di Santa Maria delle Grazie, il 6 giugno 2003, nella
manifestazione conclusiva (9° concerto), la quale era stata indetta per
celebrare I
Seicento anni della Cappella Musicale del Duomo di Milano.
Dirigeva l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Arnold Bosman,
violinista Roberto Ranfaldi che aveva da poco pubblicato il brano su compact disc
con la medesima orchestra.
L’ottavo appuntamento
appare quasi studiato “a tavolino” per interrompere momentaneamente
l’ondata di musica del Novecento senza andare troppo indietro nel
repertorio. Il programma, interamente Tchaikovskij, prevede la Fantasia sinfonica
da Romeo e Giulietta.
le Variazioni su un tema
rococò e il II
Atto del balletto
Lo Schiaccianoci.
Il nono concerto,
infatti, ripristina l’ondata di musica del Novecento con un’altra
rarissima gemma di Ottorino Respighi, il Concerto in modo
misolidio per pianoforte ed orchestra.
Non si sa perché nel programma della stagione abbiano voluto modificare
il titolo della composizione, sostituendo “modo” con “tono”. Senza
entrare troppo nel merito della questione, forse “modo” per l’autore era
un richiamo più immediato alla musica modale. Altre musiche di Respighi
recano la stessa dizione, Metamorphoseon Modi
XII, per
esempio. Ad ogni modo il Concerto in modo
misolidio fu
eseguito al
Teatro alla Scala nel 1949 dal poco più che
ventenne Marcello Abbado, direttore Jonel Perlea, e forse da allora non
è stato mai più eseguito a Milano. Per questo va reso merito
all’organizzazione della “Verdi” per l’impegno dimostrato nel recupero
di “tanto Novecento sepolto”, oltre che per la scelta d’interpreti
notevoli quali Olli Mustonen e Marko Letonja. Il concerto ha anche un
altro merito, quello di promuovere la prima esecuzione italiana di Storie di altre
storie di
Salvatore Sciarrino, merito che fa sorvolare sulla presenza della
bellissima pagina di repertorio quale Shéhérazade
di Nicolaj
Rimskij-Korsakov.
Anche il decimo concerto
alterna, al suo interno, tradizione e modernità, alla Sinfonia n.3
di Felix Mendelssohn-Bartholdy segue, infatti, il Concerto per flauto e
orchestra di
Jaques Ibert e la suite dal balletto L’oiseau de feu
di Igor
Stravinskij.
Un solenne omaggio al
“titano” della musica è il concerto undicesimo, che prevede la Sinfonia n.9 in Re
minore op. 125 “Corale” di Ludwig van Beethoven,
per il ciclo cui si accennava prima. Quindi alcune Sinfonie di Mozart, nel dodicesimo
concerto, e il
Concerto n.3 per pianoforte e orchestra di Sergej Prokofiev,
seguito dalla
Sinfonia n.5
di Šostakovic, nel tredicesimo concerto. E così via.
Abbiamo scandagliato fino
ad ora circa metà del programma dell’Orchestra
Verdi e andremmo
avanti ad oltranza, includendo pure le stagioni minori che questo Ente
promuove, ma abbiamo troppo rispetto per i nostri lettori per continuare,
tanto è ormai lapalissiano l’equilibrio e l’alternanza che regolano il
programma tra modernità e tradizione. Era il nostro scopo, ci auguriamo di
averlo raggiunto.
(14):
Cfr.
SARA
PATERA,
Puccini prese spunto per la sua “Turandot”, titolo dell’intevista
al direttore d’orchestra Massimo De Bernart apparsa sul Giornale di
Sicilia
del 7 gennaio 1987.
(15):
Ibidem.
(16): Cfr. ELSA
RESPIGHI, Ottorino Respighi. Dati biografici. Op. cit. p.163.
(17): Ibidem, p.165
(18): Cfr.
ALBERTO CANTÙ, Sette
studi su Manon Lescaut, l’“unicum” di Puccini, in corso di
pubblicazione (per gentile concessione dell’Autore).
(19):
Ibidem.
(20): Cfr.
La
stagione 2007-2008. Si apre il libro delle svolte,
cit.
(21): Ibidem
(22):
Ibidem
(23):Cfr.
FEDELE D’AMICO, Situazione di Ottorino Respighi (1879-1936), uno
studio realizzato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri
(«Vita Italiana: documenti e informazioni», vol. XXXIX, 1979, n.8, N.S.,
Roma, Libreria dello stato, 1980) e poi confluito nel volume di AA.VV.
Ottorino Respighi, Torino, ERI, 1985, p.108.
(24): Cfr.
La
stagione 2007-2008. Si apre il
libro delle svolte, cit.
(25):
Così nel lemma
Prokofiev della Grande Enciclopedia della Musica Lirica a
cura di Salvatore Caroselli, Roma, Longanesi & C.
Periodici, s.d., vol. IV, p. 1010-1011
(26):
Cfr.
La stagione
2007-2008. Si apre il libro delle svolte,
cit.
(27):
Cfr.
La stagione
2007-2008. Si apre il libro delle svolte,
cit.
(28):
Ibidem.
(29):Silenzio
in auditorium
– Note di redazione Marco Biancardi
(Clicca)