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Due entità, due realtà diverse
nella vita musicale della città, tuttavia entrambe perseguono, coscientemente o
no, lo stesso scopo; vale a dire aprire al Novecento musicale, prima che diventi
tradizione senza che abbia mai rappresentato il nuovo: il trascorrere del tempo
porta poi a questo. Il Novecento, infatti, rappresenta ormai il secolo passato;
forse è da intravedere in questo la ricerca del nuovo che non è più tale, ma
occorre far presto perché non sia già tradizione. In Italia, specialmente, salvo
poche eccezioni, un vuoto pauroso separa l’ultima generazione dell’Ottocento da
quelle contemporanee. Sì, perché d’avanguardia non si parla più.
Quanta musica non è stata
obliata senza aver mai sostato sui leggii degli esecutori, la dove il miracolo
musicale si compie. Quante opere hanno visto le scene una sola volta, per poi
essere dimenticate. Certo ci sono opere che non reggono alla prova del tempo, ma
ci rifiutiamo di credere che tutto il Novecento italiano, in blocco, sia
costituito d’opere tali. Emblematico è, infatti, il caso di Alfano e
Dallapiccola alla Scala: di botto si scopre che il Cyrano di Bergerac è un’opera
«rara e affascinante» e che Il Prigioniero è opera di musicista
«linguisticamente più avanzato ancora sulla via della ricerca»(30). E che
dire di tanto teatro respighiano sepolto?
Curiosamente la musica
strumentale di Respighi, chiamato ad onorare l’Italia dei grandi eventi (si
pensi, per esempio, al “Concerto
per l’Europa” in
occasione dell’entrata in vigore della moneta unica), ricade subito in oblio
profondo. Scrive Fedele D’Amico: «Respighi ha goduto e gode, presso il pubblico
internazionale, di un vero successo»(31). In ogni
modo, «nessuno degli italiani della sua generazione, né di quelle successive, ha
raggiunto neanche di lontano una popolarità paragonabile a quella di cui tuttora
godono, per buona parte del mondo, i suoi poemi sinfonici» ed alcune
»«trascrizioni di musiche antiche». «Popolarità vera, di quella che tocca a ciò
che colpisce il pubblico direttamente, senza mediazioni culturalistiche. Il
prigioniero di Dallapiccola, tanto per fare un esempio chiaro, ha avuto
centinaia d’esecuzioni in paesi innumerevoli, bene accolto dappertutto; ma
nessuno lo direbbe popolare. Invece questo aggettivo, per i lavori di Respighi
che abbiamo citato, lo adoperiamo tranquillamente. D’altro canto alla popolarità
di questo Respighi nessuno, ch’io sappia, ha mai obiettato fondarsi su valori
puramente commerciali (…). Di qui la stranezza: se alla popolarità non fece
riscontro un’ostilità
della critica».(32)
Di “mediazioni culturalistiche” e persino di
“ostilità” abbiamo appena inteso, ma anche di musica che è eseguita ed
apprezzata “per buona parte del mondo”, tranne che in Italia, fino ad ora. È per
questo che intravediamo, nell’azione distinta ma unita (nel perseguire lo stesso
fine) delle due tra le maggiori organizzazioni musicali milanesi qui prese in
esame, il punto di forza per una svolta più ampia nell’apertura al Novecento.
Respighi è un compositore che non può essere ignorato, salvo dimenticare
cinquant’anni di storia della musica in Italia.
L’Italia musicale e la città di
Milano, in modo particolare, hanno seguito con sofferta inquietudine le vicende che
esplosero in primavera per le questioni legate al futuro dell’Orchestra “Verdi”,
tanto da mettere in dubbio il naturale svolgimento della nuova stagione; dispute
che si sono per ora assopite, dopo che è intervenuto il Ministero dei Beni
colturali. Sarebbe, infatti, una grave perdita per la nostra città se dovesse
capitolare l’Orchestra
Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi”,
l’unica strutturata per garantire un repertorio sinfonico a tutto campo e in
speciale modo quello novecentesco che a noi sta particolarmente a cuore.
Certamente interessante la
stagione dell’Orchestra
“I Pomeriggi Musicali”(Clicca),
anche per lo spazio che essa dedica alla musica del nostro tempo, fine che
persegue dalla sua fondazione (1945). Il programma presenta, già in seconda
serata, una composizione del compianto Maestro Roberto Hazon, Due inni di Sant’Ambrogio;
farà seguito una novità assoluta commissionata ad Alessandro Landini, di cui
s’ignora il titolo (24/26-1-2008); una prima assoluta di Carla Rebora, Eine Kleine Kockue
(14/16-2-2008); un altro brano di cui s’ignora il titolo, per mandolino e
orchestra, commissionato a Federico Gardella (13/15-3-2008). Il 24 aprile,
invece, si ascolterà
Latidos, composto dal
giovanissimo Aureliano Cattaneo per l’Ensemble
InterContemporain.
Tra i musicisti del Novecento
figurano Schoenberg,
Ode a Napoleone op.41
(concerto inaugurale); Alfredo Casella,
Concerto per violino,
violoncello e pianoforte;
Zoltán Kodály, Notte
d’estate; Kurt Weill,
Concerto per violino e
orchestra; Karl
Nielsen Concerto per
clarinetto e orchestra;
Francis Poulenc, Aubade;
Elliott Carter, che festeggia i suoi 100 anni con
Dialoghi per pianoforte e
orchestra. Insomma,
una stagione di tutto rispetto; il programma si completa nel segno della
migliore tradizione classica, repertorio adatto alla sua formazione.
Bene anche la stagione della Società dei Concerti
(Clicca
) e quella di
Serate
Musicali (Clicca),che, però, ospitano orchestre e compagini strumentali varie. Altre piccole
orchestre e gruppi strumentali propongono, come si diceva all’inizio, il
repertorio più consono alla loro formazione e specializzazione.
Infine, non possiamo concludere
questa nostra rassegna senza accennare brevemente al
16° Festival di Milano Musica, Associazione per la
musica contemporanea
(Clicca),
che, inaugurato il 28 settembre, si è appena concluso. Trattasi di undici
concerti (e quattro incontri/concerto) dedicati al musicista americano John Cage
(1912-19 92), la cui complessa personalità «l’ha fatto divenire emblema
d’innovazione in molteplici ambiti» artistici e culturali, dalla musica alla
pittura, dalla danza fino alle esperienze spirituali, «che hanno determinato i
suoi percorsi come uomo e come compositore»(33).
Di lui disse Schoenberg, uno dei maestri: John Cage
«non è un compositore, ma un
geniale
inventore»(34).
Dichiarazione che trova conferma in quella di uno tra i maggiori esponenti della
musica contemporanea italiana, Bruno Maderna, il quale ebbe a dire: «Dopo
Cage saremo
tutti cageani»(35),
in altre parole insofferenti a qualsiasi regola e tradizione, anticonformista e
dissacrante, come si conviene a chi cerca nell’esoterico la propria linfa.
Ad ogni modo la stagione del
Festival Milano Musica, che nel 2005 era stata dedicata a Iannis Xenakis,
per ricordare il primo lustro dalla sua scomparsa, chiama in causa oltre a John
Cage (presente in ogni concerto), musicisti quali Charles Ives, Arnold
Schoenberg e Edgar Varèse (1° Concerto); Mauricio Kagel, Aldo Clementi, Bruno
Maderna, Stefan Wolpe e Frank Zappa (2° Concerto); Henry Cowell, Luca
Francesconi ed il Beethoven de La grande fuga (3° Concerto); monografico
il 4° Concerto dedicato ai “32 Freeman Etudes per violino” di John Cage;
quindi Jacob Druckman e Terry Riley (5° Concerto); poi una giornata “Open Cage”
con la proiezione di opere audiovisive, oltre che di J. Cage, Mario Bertoncini,
Alvin Curran, ed altri (6° Concerto); monografico anche il 7° Concerto dedicato
alle “Sonates and Interludes per pianoforte preparato” di John Cage; poi
Franco Donatoni, Cornelius Cardew, Frederick Rzewski, Paolo Castaldi e John
Adams (8° Concerto); Steve Reich, Carlos Chavez, Karkheinz Stockhausen e
nuovamente Edgar Varèse (9° Concerto); Christian Wolff, Mauricio Kagel, Erik
Satie, Philiph Glass e Sylvano Bussotti (10° Concerto); per finire Morton
Feldman, Franco Evangelisti e Luciano Berio (11° Concerto).
Insomma, un modello di stagione
che induce molti della nostra generazione a pensare la grande stagione
intitolata Musica nel nostro tempo (che si esaurì nel periodo a cavallo
tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso), con interpreti di
prim’ordine quali il Divertimento Ensemble, l’Arditti Quartet, il
Quartetto Petrassi, I Percussionisti della Scala, l’Orchestra
Sinfonica Nazionale della Rai e l’Orchestra Sinfonica di Milano “Giuseppe
Verdi” e numerosi solisti, talvolta autori.
La più grande apertura al
Novecento è proprio nel 16° Festival Milano Musica, che, però, non deve
farci dimenticare che del medesimo secolo fanno parte generazioni le cui opere
attendono ancora di circolare come esse meritano. Poco importa che i musicisti
delle generazioni successive vi ritrovino o no le proprie radici: ogni
generazione svolge un proprio ruolo all’interno di precise coordinate storiche,
dalle quali non si può prescindere; non è detto che, anche quando tali
rapporti si fa “fatica a discernerli”, scrive Luciano Berio, “qualcuno non si
sia nutrito a quelle radici senza rendersene conto”.(36)
Potito Pedarra
(30): Cfr.
La stagione
2007-2008. Si apre il libro delle svolte,
cit.(31): Cfr. FEDELE
D’AMICO, Situazione di Ottorino Respighi [...] in AA.VV. Ottorino
Respighi, op.cit., p.108.
(32): Ibidem.
(33): Cfr. Locandina del 16° Festival Milano musica –
Associazione per la musica contemporanea.
(34): Ibidem.
(35):
Ibidem.
(36): Cfr. LUCIANO BERIO, Radici, in Musica italiana
del primo Novecento “La generazione dell’Ottanta”, Firenze, Leo S. Olschki –
Editore, MCMLXXXI, p. 12.